Il ban di Trump dai Social: decisione giusta o sbagliata?

Il ban di Trump dai Social: decisione giusta o sbagliata?

Gennaio 10, 2021 0 Di Federico Barbuto
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Le notizie di questi giorni rimbalzano tra l’assalto al congresso ed il ban del tycoon (Trump) dai Social. L’obiettivo di questo articolo è analizzare l’efficacia della decisione rispetto al contesto (Social) in cui viviamo giornalmente.

Il punto di partenza per l’analisi del Ban di Trump dai social dovrebbe essere la libertà di espressione.

Il permaban vinto da Trump crea un precedente molto particolare, per pochi semplici motivi:

  1. E’ un esponente politico democraticamente votato che ha raccolto alle elezioni del 2016 62 984 828 (il 46%) e 304 grandi elettori (il 56%).
  2. I limiti della libertà di espressione vengono definiti dalle piattaforme social e non all’interno di un tribunale.
  3. La facilità di comunicare direttamente con i propri elettori tramite i Social mainstream (Twitter e Facebook).

Il punto 4 leggermente fuori dall’analisi sarebbe che il politico diventa sempre di più Influencer e gli elettori sono i suoi follower.

Assalto al congresso
Si, la domanda/risposta potrebbe essere: “Trump ha aizzato una folla di facinorosi!?”

È assolutamente vero, Trump non ha usato dei toni pacati ma su Facebook e Twitter sono attivi centinaia di account di incitatori all’odio e/o contenuti completamente lontani dalle linee guida, abbiamo di tutto:

  • odio razziale
  • pedofili
  • jihadisti
  • ecc..

Queste tipologie di account e gruppi pubblici esistono da sempre e le azioni di contenimento non sono così efficaci e perentorie come quelle di “censura politica”.

Avevamo già analizzato la comunicazione messa in atto durante le elezioni americane in questo articolo sulla Brand Identity e la campagna elettorale o gli scontri a colpi di meme a dimostrazione di quanto i social fossero un elemento fondamentale nella libertà di espressione di ciascuno.

“Hate Speech” vs “Free Spech”?

Da wikipedia, l’hate speech è:

Un discorso di incitamento all’odio è una comunicazione con elementi verbali e non verbali mirati a esprimere e diffondere odio e intolleranza, o a incitare al pregiudizio e alla paura verso un individuo o un gruppo di individui accomunati da etniaorientamento sessuale o religiosodisabilità, altra appartenenza sociale o culturale.”

Invece, il free spech (freedom of speech) è:

La libertà di parola è considerata, nel mondo moderno, un concetto basilare nelle democrazie liberali. Il diritto alla libertà di parola non è tuttavia da considerarsi illimitato: i governi possono decidere di limitare particolari forme di espressione, come per esempio l’incitamento all’odio razzialenazionale o religioso, oppure l’appello alla violenza contro un individuo o una comunità, che anche nel diritto italiano costituiscono reato.

Da sempre sul web ha vinto la libertà di parola, ognuno ha la possibilità di esprimersi illimitatamente.

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E se la stessa libertà di parola deve essere limitata dai governi, allora le piattaforme non possono decidere autonomamente di sospendere un account e/o bannare app di messagistica (nel rispetto delle regole definite dal contratto firmato tra di noi e la piattaforma al momento dell’iscrizione).

Negli ultimi tweet di Trump da cui è poi scaturito il ban non era presente uno specifico incitamento all’odio, anzi ha invitato tutti a rimanere tranquilli in un clima che si sarebbe potuto surriscaldare molto facilmente.

Trup Tweet

Quai sono le posizioni sul web sul ban di Trump dai Social?

Marco Montemagno ha ripubblicato un vieo a riguardo dove parlava di una sua esperienza avuta con una delle sue prime startup “Blogosfere” di cui ha parlato in un suo video nel 2016.

Elon Musk invece ha pubblicato sul suo twitter un meme esprimendo le proprie perplessità sulla gestione della libertà di espressione da parte di un social nato per “valutare le ragazze del campus” e segnalando un app di messaggistica alternativa a whatsapp.

Twitter Elon Musk

Conclusione

Se le piattaforme decidessero veramente di bannare tutto l’incitamento all’odio i primi che ne gioverebbero sarebbero i content creator. Il web diventerebbere, finalmente, un luogo in cui esporsi senza essere giudicati e senza alcun timore di ciò che gli altri possono pensare di noi e così gli hater cesserebbero di esistere.

Secondo DataMediaHub il linguaggio d’odio sui social è meno presente di quello che si crede, solo il 7% delle conversazioni ne sarebbero “affette”.

Ma siamo sicuri che la censura da parte dei Social sia il primo passo da fare per contrastare questo fenomeno e la responsabilità non stia nelle mani dei governi che dovrebbero invece vigilare e solo eventualmente processare gli accusati?