Smart working. 5 strumenti indispensabili per lavorare da casa

Con la diffusione del coronavirus e i provvedimenti emanati dal governo per gestire l’emergenza sanitaria, il termine smart working è entrato a far parte del nostro lessico quotidiano. Sebbene sia ormai chiaro per tutti che si tratti di una modalità di lavoro da remoto, forse non tutti sanno quale sia la definizione di smart working intesa dal governo e prevista da normativa. Chi ha familiarità con l’inglese sa che la traduzione letterale di smart working è “lavoro intelligente” e non “lavoro da remoto” o “lavoro da casa”. Definizione, quest’ultima, che più si avvicina a home office ovvero “ufficio a casa”. Vediamo insieme cosa si intende per smart working per la normativa italiana e quali sono gli strumenti indispensabili per ottimizzare il lavoro fuori dall’ufficio.

Smart working. Tra definizione normativa e DPCM

dpcm smart working

La definizione di smart working è stata introdotta nel panorama normativo italiano con la Legge 81/2017 per agevolare la «conciliazione dei tempi di vita e di lavoro». Anche definito come “lavoro agile”, è una modalità di esecuzione del lavoro subordinato basata sulla flessibilità organizzativa, in termini di luoghi e orari di lavoro. Si distingue dall’home office proprio per questa sua flessibilità. Mentre la modalità di lavoro home office – anche detta telelavoro – prevede che la prestazione lavorativa rispetti gli stessi orari del lavoro in ufficio, lo smart working non stabilisce vincoli di orari – fermo restando il limite di ore lavorative giornaliere e settimanali. Con il DPCM 1° marzo 2020 (art.4 comma 1), cade il vincolo dell’accordo per svolgere l’attività lavorativa in smart working e il datore di lavoro può obbligare i suoi impiegati a lavorare da remoto, senza che vi sia il consenso di questi ultimi. Il DPCM del 18 ottobre, invece, stabilisce – nei casi in cui sia previsto – la modalità di smart working al 75%. Ciò significa che le prestazioni lavorative si svolgeranno per il 75% delle ore in smart working, mentre per il restante 25% nei locali aziendali.

I 5 strumenti indispensabili per lo smart working

La responsabilità degli strumenti tecnologici per svolgere l’attività lavorativa in smart working resta delle aziende, come stabilito dalla Legge 81/2017. Sia per le aziende consolidate che per le startup emergenti, una delle difficoltà maggiori che deriva dal lavoro remoto riguarda la comunicazione. Problemi di comunicazione tra dipartimenti, professionisti e membri di un team destabilizzano, infatti, i processi organizzativi e produttivi. Vediamo, dunque, quali sono gli strumenti indispensabili per collaborare e comunicare con i propri collaboratori, lavorando da casa.

Chat per comunicare velocemente

chat

Uno degli strumenti a cui non si può rinunciare è la chat, che permette di comunicare velocemente con singoli collaboratori o con gruppi selezionati. Sul mercato è possibile trovare sia software gratuiti che a pagamento, quasi tutti disponibili sia per Windows e MacOS che per Android e iOS. Tra i più diffusi, Slack, Microsoft Team e Google Hangout.

Videoconferenze per il brainstorming

videoconferenze

Comunicare velocemente non basta. Spesso è necessario riunirsi e confrontarsi. Per farlo in smart working, ci vengono in soccorso i software per le videoconferenze. Grazie a questi indispensabili strumenti, è possibile non solo fare le “classiche” videochiamate, ma anche condividere il proprio schermo – funzione utilissima, ad esempio, per i training – e inviare file. Anche in questo caso, ce ne sono tantissimi e disponibili per diversi sistemi operativi e dispositivi, come Zoom, Microsoft teams e Google Meet.

I documenti in cloud

documenti in cloud

Spesso è necessario condividere documenti, ma chat e e-mail impongono limiti sulle dimensioni dei file. Oltre a salvare spazio sui nostri dispositivi, i software cloud rendono facile e veloce la condivisione e la gestione dei documenti. Grazie a questi strumenti possiamo, infatti, gestire i permessi di accesso ai documenti, rendendoli pubblici o privati e consentendone la sola lettura o anche la modifica. Software loud di questo tipo sono, ad esempio, Dropbox, One Drive e Google Drive.

Calendario condiviso

calendario

L’agenda, che sia digitale o cartacea, è buona pratica per ricordare i propri impegni. Per gli impegni lavorativi, è indispensabile. Ma come fanno i nostri collaboratori dal proprio ufficio casalingo a sapere quando siamo liberi o impegnati o se abbiamo un giorno off? Se, ad esempio, devo fissare un meeting con 15 collaboratori, inviare un messaggio a ciascuno di loro per conoscerne la disponibilità diventa un lavoro dispendioso in termini di tempo ed energie. Ecco che il calendario condiviso diventa uno strumento indispensabile per ottimizzare tempi e risorse. Potremmo, dunque, trovare molto utili Zoho, Google Calendar e il calendario di Outlook.

Project management

project management

Gli strumenti per gestire un progetto sono già molto utili in ufficio, ma in smart working sono indispensabili. I software per il project management, infatti, consentono di organizzare i vari gruppi di lavoro e le singole attività, stabilendo tempi e priorità. Sia per piccoli gruppi che per team molto ampi, permettono di avere sempre una visione completa sullo stato dei processi produttivi. Tra i più utilizzati, Asana, Trello e Microsoft Project.

Ogni software ha le sue funzionalità specifiche e non tutte sono adatte a ogni tipologia di attività. Bisogna quindi saper scegliere gli strumenti più adeguati al proprio business e integrarli tra loro per ottimizzare i processi organizzativi e produttivi. Non sai come scegliere? Compila il modulo per richiedere una consulenza personalizzata.

Google Maps, le nuove funzionalità ai tempi del coronavirus

Sono ormai lontani i tempi in cui sfogliavamo gli stradari per ottenere indicazioni per raggiungere la nostra meta. Con Google Maps il mondo è diventato a portata di mano e le nostre abitudini di ricerca sono cambiate insieme alle mappe. Ma con il coronavirus tutto sta cambiando e più rapidamente. Per venire incontro alle nuove esigenze e rispondere alle nuove preoccupazioni quotidiane che hanno preso forma con la pandemia, anche Google Maps si rinnova aggiungendo nuove funzionalità. Vediamo quali.

Le ricerche su Google Maps

Sappiamo bene che su Google Maps possiamo spostarci all’interno delle mappe, disponibili anche in versione satellite e rilievo. Possiamo visualizzare la nostra posizione in tempo reale e ottenere indicazioni sull’itinerario da seguire per raggiungere un determinato luogo. Abbiamo poi accesso ad informazioni sul traffico e sulle reti di trasporto locale. Possiamo anche esplorare una zona in modalità Street View e cercare aziende e attività sfogliando le categorie.

Informazioni sul COVID-19

Informazioni Covid-19 Google Maps
Fonte: Google Blog

Già da qualche settimana, Google ha integrato le sue mappe con una nuova funzionalità. Nella sezione “livelli” – disponibile per Android e iOS – è possibile visualizzare informazioni sulla diffusione del coronavirus per area geografica. Il nuovo livello mostra, infatti, il numero di nuovi contagi settimanali ogni 100mila abitanti, per nazione, regione e per alcune città in base al grado di zoom applicato alla mappa. I dati sono accompagnati da una freccia – che punta verso l’alto se i casi sono in aumento, verso il basso se sono in diminuzione – e da sfumature di colore che spaziano dal grigio al rosso scuro in base al numero di contagi. Una nuova funzionalità, dunque, che permette di accedere a informazioni circa la diffusione del coronavirus a livello locale, ma che soprattutto consente a chi intende viaggiare e a chi si sposta per motivi di lavoro di avere un maggior grado di consapevolezza.

Google My Maps e COVID-19 Tracker

L’idea della mappa con le informazioni sui nuovi contagi non è nata da Google, ma dai suoi utenti. Già a inizio anno, molti utenti di Google hanno creato le proprie mappe per tracciare la diffusione del virus grazie al tool gratuito Google My Maps. Big G ha quindi saputo sfruttare questa nuova richiesta per integrare le sue mappe, rispondendo anche alla concorrenza di Microsoft che già a marzo aveva reso disponibile il suo COVID-19 Tracker, una mappa disponibile su Bing che monitora i nuovi contagi, integrata con notizie, grafici e i progetti sui vaccini.

Non solo orari di punta, ma anche luoghi affollati real time

Durante il lockdown, ci siamo abituati a consultare con più attenzione le informazioni aziendali su Google Maps, come ad esempio gli orari di apertura, che in molti casi sono variati proprio a causa della pandemia, o anche gli orari di punta, in cui ad esempio i supermercati risultavano più affollati. Con le graduali riaperture e i tentativi di ritorno alla “normalità”, Google ha deciso di implementare Maps mostrando non solo le misure di sicurezza e prevenzione adottate dal luogo che ci accingiamo a visitare, ma anche il suo grado di affollamento in tempo reale. Con la nuova sezione Health and Safety, saremo in grado di conoscere in anticipo le misure di prevenzione adottate dall’attività, quali prenotazione obbligatoria, controllo della temperatura all’ingresso e obbligo di mascherina. Inoltre, con la nuova sezione Busyness Information saranno disponibili informazioni sul grado di affollamento dei luoghi che intendiamo visitare. Non solo ristoranti, musei e supermercati, ma anche parchi, spiagge e luoghi aperti al pubblico. Le nuove funzionalità, annunciate il 15 ottobre, saranno presto disponibili su tutti i dispositivi mobili.

google maps health and safety
Fonte: Google Blog

Live View su Google Maps

Un’altra importante novità rende le mappe di Google ancora più a misura d’uomo. Si tratta di Live View, una nuova funzionalità basata sull’AR (leggi anche Bari in realtà aumentata). Già disponibile in 25 città nel mondo – tra cui Roma e Milano – la nuova funzionalità permette di orientarsi più facilmente, combinando le tecnologie di Street View, machine learning e i sensori del proprio smartphone. Live View è stata lanciata lo scorso anno ed è già stata implementata con le nuove sezioni Health and Safety e Busyness Information per contenere la diffusione del coronavirus.

Goolgle Maps Live View
Fonte: Google Blog

Il coronavirus sta cambiando le nostre abitudini e i nostri comportamenti quotidiani. Da sempre le grandi aziende sanno che, per sopravvivere, è necessario stare al passo coi tempi. E ora, mai come prima, devono rinnovarsi velocemente per rispondere a queste nuove esigenze. La tua azienda non si è ancora adattata ai nuovi cambiamenti e non sai come fare? Richiedi una consulenza.

IKEA e il (suo) Green Friday, Ma qualcosa non torna

IKEA ha annunciato ieri, attraverso un comunicato stampa sul suo sito web, il suo Black Friday alternativo. La campagna #GreenFriday – che in Italia sarà attiva dal 27 novembre al 6 dicembre – invita i clienti a rivendere i loro mobili IKEA usati in cambio di buoni d’acquisto. L’iniziativa in favore dell’ambiente vuole sensibilizzare i clienti della catena di arredamento svedese più conosciuta al mondo ad un consumo più consapevole e sostenibile. Sebbene la campagna presenti grandi vantaggi – per l’ambiente, per i consumatori e per IKEA – e costituisca l’ennesima prova di grandi abilità di marketing per il colosso svedese, c’è qualcosa che non torna. Vediamo cosa e perché.

Come funziona l’iniziativa

negozio ikea

Dal 27 novembre al 6 dicembre in tutti gli store IKEA italiani, i clienti che desiderano vendere i propri mobili usati IKEA possono restituirli e ricevere una Carta Reso IKEA valida per 2 anni da spendere in negozio. Il valore della Carta Reso IKEA può ammontare fino al 50% del prezzo originale dell’articolo rivenduto e, per i soci IKEA Family, il valore sarà maggiorato di un ulteriore 50% rispetto alla valutazione del prodotto. L’iniziativa è volta a promuovere un’economia circolare per azzerare i costi dei rifiuti, riutilizzando, riparando e riciclando i mobili usati. Fin qui nessun problema, anzi iniziativa intelligente ed ecosostenibile.

Il servizio “Dai una Seconda Vita ai tuoi Mobili” IKEA

IKEA vuole dare una seconda vita ai suoi prodotti, riacquistandoli da propri clienti, rivendendoli nell’Angolo delle Occasioni e riciclandoli quando possibile. Il Black Friday alternativo è volto a lanciare proprio questo servizio di buy back. Secondo il regolamento, l’articolo deve rientrare nelle categorie di prodotti ammessi al servizio e rispettare dei requisiti minimi di conformità. Ogni cliente, che desidera vendere i propri mobili IKEA, dovrà fare una prevalutazione del suo usato – attraverso apposito tool disponibile sul sito – per ottenere un’offerta iniziale. Il valore di riacquisto finale sarà poi subordinato alla valutazione di un co-worker IKEA in store.

Buy Back e Black Friday

black friday

Il servizio buy back è attivo da lunedì a venerdì ed è già disponibile sul sito. Il Black Friday alternativo di IKEA è la strategia di marketing adottata per promuoverlo (leggi anche Campagne di marketing di successo). Perché IKEA ha adottato questa scelta anziché limitarsi a pubblicizzare l’iniziativa? Perché le “offerte a tempo” danno l’idea di scarsità e di esclusività. I consumatori percepiscono l’occasione e la possibilità di perderla e nasce in loro il desiderio di far parte di quei “pochi” che riescono a sfruttarla. Poiché però il servizio “dai una nuova vita ai tuoi mobili” non è un’offerta a tempo, IKEA ha pensato bene di far familiarizzare i suoi clienti col nuovo servizio aggiungendo dei vantaggi in più nel periodo del Black Friday. Ma i vantaggi non sono per tutti. L’esclusività è per i soci:

Nel periodo del Black Friday, per i soci IKEA Family che rivenderanno i propri mobili di seconda mano, il valore della Carta Reso IKEA sarà maggiorato di un ulteriore 50% rispetto alla valutazione ricevuta.

C’è #GreenFriday e Green Friday©

green friday
Fonte: Green Friday – Facebook

La campagna #GreenFriday – il Black Friday alternativo di IKEA – è quindi in realtà un vantaggio solo per i soci. Ma quel che non torna non è questo. Quel che non torna è che il Green Friday non è di IKEA. Il Green Friday è un’iniziativa nata in Francia dal collettivo omonimo per contrastare il consumismo del Black Friday. Il collettivo francese si impegna dal 2017 nella lotta agli acquisti compulsivi e ai conseguenti sprechi che danneggiano l’ambiente. In risposta alle offerte del Black Friday, ha attivato un programma – presso gli esercenti che vi aderiscono – grazie al quale, per ogni acquisto effettuato, il 10% del fatturato viene devoluto ad un’associazione operante nelle politiche ambientali. Il movimento del collettivo – con marchio registrato Green Friday© – si sta via via estendendo in altri stati e lo scorso anche alcuni negozi italiani hanno aderito all’iniziativa, donando il 10% del loro fatturato a Legambiente. In breve, c’è #GreenFriday e Green Friday© e no, quello dell’IKEA non ha nulla a che vedere con il collettivo francese. Per dare a Cesare quel che è di Cesare, usa l’hashtag #greenfriday in modo consapevole ma soprattutto acquista in modo responsabile.

Telepath. Il diritto all’oblio passa dai social

Dai due ex dirigenti di Quora Richard Henry e Marc Bodnik nasce Telepath, un nuovo social network interest-based, ovvero incentrato su temi d’interesse attorno ai quali si formano le community. Nel ricco panorama dei social media, tenta di farsi strada un’idea di aggregazione basata sul principio di gentilezza che – nonostante debba essere buona norma in ogni genere di interazione interpersonale – abbiamo visto come spesso venga a mancare nella comunicazione digitale. Tra i tanti buoni propositi di Telepath, quello di essere incentrato sull’attualità. I contenuti pubblicati, infatti, scompariranno dopo 30 giorni. Una nuova frontiera per il diritto all’oblio?

Telepath. Le regole

Nove regole, una in più del Fight Club, ma altrettanto chiare e rigide. Un social network al momento tanto esclusivo quanto il Club di Tyler Durden. Si accede solo su invito ed è disponibile solo per iOS. Ma al contrario del Fight Club – la cui prima regola è non parlate mai del Fight Club ­– fa tanto parlare di sé. Si parla di Telepath perché vuole essere un social differente. Ma in cosa Telepath si differenzia dagli altri social? Non per il suo funzionamento o per il modo in cui si formano le community, ma per le sue regole. Vediamo insieme quali sono.

telepath regole
Fonte: Protocol

Be kind. Il social anti-haters

Sii gentile è la regola numero uno di Telepath. Attorno a tale principio si dispiegano le altre regole del social che si propone di essere genuino, contrario agli attacchi personali e alla discriminazione. È vietato insultare o discriminare altri utenti per le loro opinioni, la loro etnia, il loro orientamento religioso o sessuale, per la nazionalità, l’identità di genere e le disabilità.

No porn

Telepath si propone di essere uno spazio protetto e sicuro, in cui la sensibilità degli utenti è al primo posto. Probabilmente un social adatto ai minori, in cui sono vietati contenuti violenti di qualsiasi natura – parole, immagini ma anche link a siti che contengono simili contenuti – ma anche la pornografia e le molestie.

No fake news

Non è un social per le bufale, Telepath. Contenuti ingannevoli e notizie distorte e inventate saranno rimosse. Il nuovo social vuole combattere la disinformazione promuovendo verità e autenticità. Non sono ammessi neanche account fake. Ci si potrà iscrivere soltanto con nome e cognome reali, fornendo il proprio numero di telefono a conferma dell’identità.

Prepotenza e arroganza sono out

Su Telepath non sarà possibile condurre guerre di sfinimento all’ultimo post. Quando una discussione si fa troppo accesa e insistente, l’ultima parola l’avrà Telepath, che si riserva il diritto di bloccare il thread ponendo fine alla discussione. Non è ammesso neanche inserirsi in community con opinioni e toni dichiarati per affermare con prepotenza un’opinione contraria.

Papà Telepath. The Truman Show o Black Mirror?

the truman show e black mirror

Papà Telepath ha dettato le regole di casa, un social che è già parental control, che vuole porsi come spazio sicuro e protetto in cui chiunque può dire la sua senza essere additato, schernito, trollato e insultato. Un social per i buoni. Il contratto sociale rousseauniano su cui si basa Telepath sembra voler realizzare una comunità virtuale che sa tanto di Utopia di Thomas More. Un’idea di social network così pacifico e perfetto che sembra proprio The Truman Show, quindi fake. Sappiamo bene che la realtà non è così. Suona un po’ come paradosso, un social che vuole riprodurre una società fake ma anti-fake. Così anti-fake che desidera utilizzare un reputation score, un punteggio da assegnare agli utenti in base alla veridicità delle notizie che pubblicano. Per quanto Telepath voglia allontanarsi dall’idea di social network rappresentata in modo estremo da Black Mirror – in cui la protagonista dell’episodio “Caduta libera” viene emarginata per il dissenso sui social – anche qui la reputazione di un individuo viene affidata al proprio rating.

Il diritto all’oblio su Telepath

DEL tastiera

Il diritto all’oblio è il diritto di ogni cittadino a non restare esposto alla diffusione mediatica di notizie non più attuali che possono ledere il suo onore o la sua reputazione. In altre parole, è una limitazione al diritto d’informazione quando la notizia perde il carattere di attualità, onde evitare di essere marchiati a vita. Mentre in Italia tale diritto è tutelato dal Garante per la Privacy, negli Stati Uniti ad esempio non è stata formalizzata una legge che protegga i cittadini dall’esposizione mediatica quando gli eventi non sono più attuali. La legge statunitense, in merito alle informazioni disponibili sul web, ammette però il controllo sulle informazioni che l’individuo stesso ha pubblicato online, permettendone la cancellazione. Su Telepath, i contenuti pubblicati dagli utenti scompaiono dopo 30 giorni, senza alcuna richiesta di rimozione. Non sarà certo un album dei ricordi. Ma questo meccanismo vuole essere una forma di tutela da parte del social network per prevenire il doxing, la pratica di ricerca – e conseguente diffusione – di informazioni pubbliche e private riguardanti un individuo con intento malevolo. Non credo basti a fermare la capacità di replicare e diffondere notizie sul web, ma certo ci sono delle buone intenzioni e potrebbe essere il primo passo verso una nuova frontiera per il diritto all’oblio.

Censura o cultura?

Ci sarebbe tanto altro da dire su questo social che è ancora tutto da scoprire. Si potrebbe riflettere, ad esempio, sulla scelta del nome Telepath, approfondire il discorso sulla moderazione dei contenuti – perché trolls e haters non se ne staranno alla larga da soli – o ancora indagare la monetizzazione di questo social che promette di non vendere a terzi i dati dei suoi utenti. Ma per il momento ne attendiamo pazientemente gli sviluppi e ci registriamo alla waitlist. E tu cosa ne pensi di Telepath? Sarà un social basato sulla censura o sulla cultura?

Facebook. Un Centro per la Salute Emotiva sui social.

Facebook ha di recente attivato una serie di iniziative per supportare quanti – in questo periodo di isolamento forzato causa pandemia – sentano il bisogno di un sostegno psicologico. Il Centro per la Salute Emotiva è stato realizzato in collaborazione con le principali autorità in materia di salute mentale. È accessibile a tutti, su scala globale, ma grazie alla geolocalizzazione fornisce informazioni dagli organi di salute mentale locali. Ecco come i social si mobilitano per il sociale in un periodo di crisi che non è solo sanitaria ed economica, ma anche emotiva.

Il lockdown e l’isolamento

isolamento

La rapida diffusione del coronavirus e l’assenza di una cura ci ha costretti sin dallo scorso inverno al distanziamento e al diradarsi di ogni contatto sociale. Distanziamento che per molti si è tradotto in vero e proprio isolamento. Forzato dal lockdown e dallo smart working, ma isolamento anche ricercato per l’ansia da contagio, con conseguente evitamento sociale. Il Ministero della Salute in Italia si era già mobilitato lo scorso aprile attivando – in collaborazione con TIM – il numero verde di supporto psicologico 800.833.833 per fronteggiare l’emergenza anche dal punto di vista emotivo. Il Centro per la Salute Emotiva di Facebook nasce con lo stesso obiettivo, ma con raggio d’azione ben più ampio, proponendosi di superare le barriere geografiche e di fornire sostegno per ogni genere di disagio psicologico su tutti i canali disponibili.

Facebook: restiamo connessi

connessi

Facebook – il social network che ci connette virtualmente dal 2008 – ci invita a restare connessi. Non solo tra noi, ma anche con la realtà, con la società e con la nostra salute mentale. Per rendere possibile e globalmente disponibile tali connessioni, ha attivato il Centro per la Salute Emotiva. Si tratta di una serie di servizi di assistenza diversificati e accessibili da tutti i suoi canali social, inclusi i servizi di messaggistica WhatsApp e Messenger.

Il Centro per la Salute Emotiva sui social

salute emotiva facebook
Fonte: Facebook – Salute Emotiva

Il Centro per la Salute Emotiva di Facebook nasce con l’intento di offrire un valido sostegno psicologico in un periodo di forte isolamento sociale, non solo per far fronte al senso di ansia e solitudine causati dal Covid-19, ma per tutelare la salute mentale ed emotiva da ogni genere di disagio. Ecco i servizi resi disponibili sui diversi canali Facebook:

  • Salute Emotiva” è la pagina Facebook – nella versione italiana – per richiedere supporto emotivo per se stessi o per amici in difficoltà
  • Con la parola breathe – in italiano respira – si apre invece la chat WhatsApp con la World Health Organization mirata alla riduzione dello stress e alla promozione della salute mentale
  • È inoltre possibile contattare via Messenger Crisis Text Line, il servizio di counseling USA che offre sostegno per prevenire il suicidio e l’autolesionismo
  • Su Instagram, infine, è possibile seguire i consigli per la salute emotiva forniti da diverse organizzazioni. The Jed Foundation, ad esempio, si propone di fornire una guida all’uso dei social per teenagers.

Facebook. Una risposta dei social alle accuse di essere nocivi per la salute mentale?

Jed Foundation instagram
Fonte: Instagram – @jedfoundation

Il Centro per la Salute Emotiva è frutto della collaborazione tra Facebook e The Aspen Institute. Alla base di questa collaborazione si pone un progetto di ricerca volto a comprendere le connessioni tra solitudine, legami sociali, tecnologia e salute mentale. Sul primo report pubblicato sul sito dell’istituto, gli studiosi sostengono che non ci sono prove ad indicare che i livelli di solitudine siano aumentati a livello globale durante la pandemia. Dichiarano inoltre che l’impatto dei social media sulla solitudine richiede studi più approfonditi. Studi che evidentemente si propongono di rispondere alle precedenti ricerche che sostengono, al contrario, gli effetti negativi dei social media sulla salute mentale. Ne è un esempio il report realizzato dalla Royal Society for Public Health in collaborazione con Young Health Movement. Un progetto – quello di Facebook – intenzionato a intervenire su più livelli. Infatti, il fine ultimo di tale ricerca sembrerebbe essere la realizzazione di nuove tecnologie per i social media. Tecnologie che non siano nocive per la salute mentale e che anzi promuovano il benessere emotivo e i legami sociali positivi.

I social media sono dannosi per la salute mentale oppure no? Tu cosa ne pensi? Diccelo nei commenti.